Perché dobbiamo parlare dei migranti climatici

14 Dicembre 2020 | Focus

Negli ultimi anni la città di Miami non è più “la terra ideale per i ricchi in pensione”. Il Resources for the Future, organizzazione che svolge attività di ricerca nel settore ambientale, l’ha definita “la grande città costiera più vulnerabile del mondo”.

Per quale motivo?

Succede che la città sta assistendo ad una sorta di migrazione di massa a causa delle conseguenze del cambiamento climatico. Il ceto medio-alto si sta spostando nell’entroterra per l’aumento del livello del mare che nel giro di pochi anni potrebbe sommergere l’intera zona costiera. I ricchi investono in quartieri popolari, costringendo i più poveri a lasciare le proprie abitazioni. Questi individui alimentano il fenomeno delle migrazioni climatiche, che non riguarda soltanto luoghi della terra sperduti e poveri, ma ingloba anche città benestanti come quella di Miami. Le continue mutazioni a cui è soggetto il nostro clima a cui segue, ad esempio, il cambiamento delle precipitazioni, la frequenza delle inondazioni e degli uragani, spingono e spesso costringono le persone a lasciare le proprie abitazioni.

Dunque, definiamo migrante climatico colui che si muove in relazione alla siccità, ad esempio, o al grado di salinità del terreno.

La migrazione colpisce molte parti del nostro pianeta, ma ne rende inospitali alcune in particolari. Ad esempio, nell’Africa occidentale, gli agricoltori sono in forte difficoltà perché non possono più coltivare i propri terreni a causa dell’eccessiva aridità. Non possono nemmeno allevare il bestiame, per lo stesso motivo.  Nel Sud-est asiatico, o in America Latina violenti uragani radono al suolo ad ogni passaggio intere comunità. Non tutti, però, hanno la possibilità di spostarsi altrove. I più poveri sono costretti a mutare abitudini al mutare del clima e della fertilità del terreno. Altri, invece, migrano perché il loro sostentamento dipende esclusivamente dall’agricoltura o dalla pesca. È il caso del Bangladesh, in cui l’alto tasso di salinità del terreno sta rendendo difficile per gli agricoltori continuare a coltivare riso.

Sono situazioni in cui vivono circa 86 milioni di potenziali migranti nell’Africa subsahariana, 40 milioni nell’Asia meridionale e altri 17 milioni in America Latina, che insieme rappresentano il 55% della popolazione del mondo in via di sviluppo. La destinazione dei migranti climatici non è l’Europa o l’America, come si è indotti a pensare. Si tratta preminentemente di spostamenti interni, entro la regione, ma in aree meno colpite. L’obiettivo è spesso quello di tornare a casa.

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