Cos’è il Land grabbing e perché senza giustizia sociale non salveremo il pianeta

31 Gennaio 2021 | Focus

80 milioni di ettari di terra concessi ed oltre 2mila contratti stipulati. Sono questi i recenti numeri del land grabbing emersi con l’ultimo rapporto “I padroni della Terra. Il Rapporto sull’accaparramento della terra 2020: conseguenze su diritti umani, ambiente e migrazioni”.

Il documento – redatto di consueto dalla Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario (FOCSIV) – per il terzo anno ha fatto luce su un fenomeno complesso e dalle molteplici ripercussioni. Stiamo parlando per l’appunto del land grabbing, o accaparramento delle terre, il processo per cui Stati terzi e aziende straniere comprano e sfruttano i terreni dei Paesi più poveri compromettendo diritti umani e tutela dell’ambiente.

Un fenomeno in continua evoluzione e rapida espansione. I dati estrapolati da Land Matrix, la piattaforma indipendente per il monitoraggio del territorio, denunciano una situazione in peggioramento. Tra il 2019 e il 2020, infatti, si è registrato un incremento di 8 milioni di ettari di terre concesse. I principali investitori – come risulta nella piattaforma – provengono da Cina, Stati Uniti, Canada e Regno Unito. Allevamento, miniere, concessioni forestali, produzione alimentare o di biocarburanti, sono solo alcuni degli intenti registrati dai land grabbers. I paesi nel mirino dell’accaparramento terriero, invece, sono per lo più Perù, Russia, Repubblica Democratica del Congo e Ucraina, senza risparmiare Camerun, Angola e Madagascar. Paesi essenzialmente in via di sviluppo, in cui l’attenzione per l’ambiente e il rispetto dei diritti umani vengono meno a causa di condizioni socioeconomiche precarie. E a metterci il carico da undici è proprio il land grabbing. In genere poi, gli investimenti riflettono la quantità e le tipologie di risorse che il paese da sfruttare ha da offrire. L’amazzonia, ad esempio, è risultata particolarmente appetibile per le compagnie petrolifere, il Congo è la prima scelta in quanto ad estrazione di cobalto, mentre l’Angola e il Camerun sembrano favorire gli investimenti agricoli. In Madagascar, invece, da quando la Banca Mondiale favorì la riforma del settore agrario negli anni ‘90, il fenomeno è cresciuto esponenzialmente. Il caso malgascio è emblematico: oltre allo sfruttamento agricolo e minerario, il land grabbing si è infatti verificato qui in tutte le già citate possibili sfaccettature. L’immensa biodiversità dell’isola – il vero e il più consistente patrimonio del paese – è così minacciata da un processo, da un punto di vista legale, con le carte in regola.

E se all’accaparramento terriero si sommano delle norme ambientali generalmente blande, il danno è presto fatto. Il land grabbing favorisce infatti la produzione di monocolture, l’estrazione di risorse naturali e lo sfruttamento di terra e acqua. Questi elementi concorrono alla distruzione degli habitat – con relativa perdita di biodiversità – e, in definitiva, al cambiamento climatico. Inoltre, tutti questi fattori – come sottolinea anche il rapporto – hanno a che fare con la diffusione e la mutazione dei virus. Due fenomeni apparentemente distanti – epidemie e land grabbing – sarebbero quindi in realtà correlati.

Se parliamo poi di green economy, emerge il paradosso. Mentre la Commissione Europea, riservando il 30% dei fondi alla lotta ai cambiamenti climatici, si è apprestata ad approvare il nuovo Piano per la ripresa dell’Europa, diversi analisti sostengono che non si possa parlare di green economy fintanto che ogni fase per l’approvvigionamento delle materie prime non sia realmente sostenibile. In sostanza, come potrebbe mai essere “verde” un’economia che, seppur circolare e sostenibile nei paesi sviluppati, implichi un ricavo di materie prime che cela deforestazione e sovrasfruttamento di risorse nei paesi in fase di transizione economica?

Gli investitori promotori del fenomeno che sembra non far veder la luce alla sostenibilità, inoltre, peccano di ipocrisia. L’acquisto delle terre, infatti, è spesso accompagnato dalla promessa di condividere i benefici tecnologici con i governi locali, oltre che di coinvolgere nei progetti le popolazioni. Tuttavia – come evidenziato dalla Dichiarazione di Tirana dell’International Land Coalition – le promesse sono spesso infrante, mentre prevalgono la frequente assenza di informazione delle popolazioni indigene, le violazioni dei diritti umani e gli ingenti danni ambientali.

Il land grabbing, nel complesso, è un modello di sviluppo fondato sull’estrattivismo, sullo sfruttamento e la distruzione dell’ambiente, che favorisce inoltre terrorismo e migrazioni. Un fenomeno che si è sviluppato dai primi anni del duemila a causa della combinazione tra globalizzazione, crisi alimentare e aumento della richiesta di biocarburanti che, tuttavia, ostacola e non è più compatibile con il raggiungimento degli obiettivi climatici e i principi dello sviluppo sostenibile. Per contrastarlo, in assenza di imposizioni normative vincolanti, l’ONU ha emanato delle linee guida per l’acquisto di terre, raccomandando agli Stati investitori di garantire negoziati trasparenti e il coinvolgimento delle popolazioni locali, fornendo anche posti di lavoro. Così come fece, nel 2012, la Commissione sulla Sicurezza Alimentare Mondiale della FAO stilando dei principi a tutela dei diritti di proprietà sulle terre volti a diffondere uno sviluppo sostenibile.

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